Arrivate a casa di amici e, prima ancora che tu gli abbia tolto il giubbotto, è già nel corridoio. Spinge la porta di una stanza, vede una macchinina della polizia sulla mensola ed esce con quella verso il salotto. Non ha chiesto. E non gli è nemmeno passato per la testa di farlo.
Gliel'hai spiegato tante volte, con la stessa frase e la stessa pazienza. E succede sempre lo stesso.
Nel post precedente parlavamo del suo corpo, dei segreti e dei suoi limiti. Chiedere il permesso è la stessa cosa vista dall'altro lato: quello che non è suo, sia una stanza o il corpo di un altro bambino, si chiede prima di toccarlo.
Perché la mano gli parte prima della domanda
Frenarsi quando qualcosa ti attira molto è una delle cose che impiegano più tempo ad arrivare, ben dopo che ha capito la regola. Il Center on the Developing Child di Harvard spiega come si sviluppano la funzione esecutiva e l'autocontrollo: si costruiscono nel corso degli anni, con i tre-cinque anni come fase chiave, e continuano ad affinarsi durante l'adolescenza.
In quel corridoio si vede così: la regola ce l'ha in testa, ma arriva tardi. Prima compare la macchinina della polizia, poi la voglia, e solo alla fine, se fa in tempo, la frase che dice che quello non è suo.
Da un bambino all'altro c'è molta distanza su questo, e quasi tutta è normale: ci sono quelli che a tre anni si fermano da soli se glielo ricordi e quelli che a cinque anni continuano a entrare come un ciclone. E se tuo figlio fatica a capire che l'altro gli sta chiedendo di fermarsi, non è che non gliene importi.
Vale la pena parlarne con il pediatra o con la sua scuola quando si sommano più cose e durano da mesi: che non ceda mai nemmeno se sei accanto a lui, che faccia male sul serio e spesso, che non si accorga del disagio dell'altro nemmeno dopo, a mente fredda. E, separatamente, se a tre anni ancora non mette insieme parole per chiederti quello che vuole.
Una regola che vale per quasi tutto
A un bambino piccolo entra meglio in testa una regola che cinque. E ce n'è una che copre quasi tutto: quello che non è tuo si chiede prima di toccarlo. Vale per la macchinina sulla mensola e per la cameretta della sorella, e vale allo stesso modo per il corpo di un altro bambino.
Le frasi sono brevi e puoi dargliele già pronte:
- “Me lo presti?”, prima di prendere qualcosa.
- “Posso entrare?”, prima di aprire una porta.
- “Ti do un abbraccio?”, prima di buttarsi addosso a un altro bambino.
Molti iniziano chiedendo e portano via il gioco nello stesso movimento. La domanda si impara presto; quello che costa è restare fermi finché non arriva la risposta.
Questo si allena meglio a casa che al parco, perché al parco c'è già un gioco conteso e qualcuno che piange. A casa puoi chiedergli tu delle sue cose e aspettare davvero che risponda, anche quando risponde di no.
E una parte del lavoro si fa prima di entrare. Sul pianerottolo, mentre aspettate che vi aprano, c'è spazio per una frase: “Qui ci sono giocattoli che non sono tuoi. Se ne vuoi uno, me lo dici e chiediamo”. Gliela dici lì, con calma e senza nient'altro di mezzo, invece che urlando dal salotto quando ce l'ha già in mano.
Quando ce l'ha già in mano e il proprietario non c'è, la domanda esiste comunque: si cerca l'adulto di casa e si chiede a lui. Se chi vi ospita chiude la questione con un “lascialo fare, che prenda pure quello che vuole”, non serve discuterne davanti al bambino. Glielo dici per quello che è: “Gliel'abbiamo chiesto e ha detto di sì”.
Attenzione a non confondere questo con il condividere. Condividere è lasciar andare qualcosa che hai già in mano, ed è un percorso diverso, con un ritmo diverso.
La parte difficile arriva quando gli dicono di no
Finché gli dicono di sì, chiedere il permesso gli riesce abbastanza bene. Il problema comincia il giorno in cui gli dicono di no.
E qui c'è qualcosa di nostro da tenere d'occhio, che tra l'altro si fa per motivi molto comprensibili: sei a casa di altre persone, arriva il capriccio e ti vergogni. Ma se il “no” dell'altro bambino finisce sempre rinegoziato da un adulto, quello che tuo figlio impara è che chiedere è la formalità da sbrigare prima di ottenere le cose. A volte tocca reggere il nervosismo e ripetere la stessa cosa due volte: “Ti ha detto di no. Cerchiamo qualcos'altro”.
Quando non si ferma, spiegarglielo da lontano non serve. Avvicinati, mettiti tra i due senza tirarlo via, e di' poco: “Ti ha detto di no”. E occupati prima dell'altro bambino, quello che non è stato ascoltato; se l'unico che riceve parole e conforto è il tuo, è facile che l'altro si porti dietro l'idea che il suo “fermati” non smuove nessuno. La spiegazione lunga viene dopo, quando siete tranquilli entrambi.
“Ma stavamo giocando” è vero molte volte, eppure anche il gioco si ferma. In un inseguimento, chi decide quando finisce è chi corre davanti. Se tuo figlio sta togliendo il cappello all'altro, o lo tiene bloccato a terra, il segnale è lo stesso: se l'altro dice “fermati” o si allontana, è finita, anche se un secondo prima stavano ridendo entrambi.
E quando se ne dimentica, cosa che succederà molte volte, non serve un discorso né un “scusa” recitato in fretta per poter tornare a giocare. Quello che aiuta è che restituisca ciò che ha preso e chieda di nuovo, questa volta aspettando la risposta. Anche con la macchinina della polizia del corridoio: ci si torna in camera con lei, si rimette dove stava e si chiede il permesso, anche se vi state già mettendo i giubbotti per andarvene.
Questo non si consolida in un pomeriggio, e quello che funziona in casa impiega tempo a comparire al parco. Se tuo figlio ha cinque anni e succede ancora, non sei in ritardo: il freno si continua a costruire per anni.
Chiediglielo tu a lui

Una parte di questo lo impara da come lo trattate voi. Zero to Three, un'organizzazione statunitense specializzata nei primi tre anni di vita, ha una guida sul consenso a questa età che parte proprio da lì: avvisarlo prima di toccarlo, anche prima che parli. “Ti prendo in braccio”. “Ti pulisco la faccia”.
Niente di quello che trovi qui è una tecnica dall'efficacia misurata: nessuno ha dimostrato che avvisare prima di cambiare un pannolino produca un adulto che rispetta i limiti. È quello che consiglia chi lavora con i bambini piccoli, costa un secondo e non fa male a nessuno. Questo è tutto l'argomento.
La stessa guida propone di impegnarsi a rispettare il suo “no” e il suo “fermati”, che sia un abbraccio, un solletico o un bacio. E questo diventa difficile proprio quando risulta scomodo per te: quando ad aspettare il bacio è la nonna, o quando un cugino più grande lo tiene per il braccio tra le risate e nessuno vuole fare una scenata.
Sulla porta, invece di spingerlo verso la nonna, gli si può dare la possibilità di scegliere: un abbraccio, un batti cinque o un saluto con la mano. Nelle famiglie dove ci si saluta con due baci vale lo stesso: spiegagli come si saluta a casa vostra e lascialo comunque scegliere.
La frase è la parte facile. Il problema arriva dopo, quando tua madre resta con la faccia perplessa e il commento spunta a tavola. Quello si parla con lei un altro giorno, senza il bambino davanti, e di solito va meglio se le spieghi perché lo fai: perché sappia dire di no il giorno in cui gli importerà davvero.
E bisogna dire anche l'altra cosa, altrimenti la regola crolla al primo colpo. Non tutto si chiede. Cambiarlo, fargli il bagno, metterlo nel seggiolino dell'auto o lasciare che il pediatra gli guardi le orecchie non sono cose che decide lui. Lì non si chiede il permesso, si avvisa: “Adesso ti cambio il pannolino”.
Queste eccezioni sono sempre per motivi di salute o di igiene, e le fa chi si prende cura di lui o qualcuno con te presente. Se un giorno qualcuno gli chiede di non raccontartelo, non è più un'eccezione.
Un racconto con la porta socchiusa
In Una Rilettura di Riccioli d'Oro di Semillita, ad arrivare alla casetta nel bosco è Risi, una volpina affamata da morire. La porta è socchiusa, dentro profuma di zuppa e non c'è nessuno. Nessuno che le dica “entra” e nessuno che le dica “aspetta”.
La sua zampa si allunga da sola e già calpesta la soglia. A fermarla è la voce di suo nonno, che le diceva: “Prima di toccare ciò che non è tuo, si chiede il permesso”. Da lì in poi il racconto si prende il suo tempo con la parte difficile, cioè quello che fa Risi dopo, con la fame ancora dentro.
È pensato per bambini dai quattro ai sei anni. A tre anni si può leggere lo stesso: gli resta l'immagine della porta aperta da cui non si entra. Alla fine gli si può chiedere cosa avrebbe fatto lui.

Una Rilettura di Riccioli d'Oro
Posso entrare?
Risi è una piccola volpe curiosa che passeggia da sola in un bosco luminoso e accogliente. Molto affamata, trova una casetta di legno con la porta socchiusa e un profumo di zuppa che la chiama da dentro. In casa non c'è nessuno, e la zuppa è lì, a portata di zampa. La storia esplora quel richiamo così forte del desiderio di fronte a qualcosa di semplice e difficile allo stesso tempo: ciò che c'è dentro non è suo. 💡 Una curiosità: la bambina dai riccioli dorati che oggi associamo a questa fiaba è piuttosto recente. Nella prima versione scritta, quasi due secoli fa, chi entrava nella casa degli orsi era una vecchietta; e in versioni ancora più antiche che gli studiosi ricostruiscono, a intrufolarsi era una furba volpe. Per questo qui la protagonista è Risi, una piccola volpe dorata: un piccolo omaggio alla radice più antica della fiaba.
Leggi questa storia per bambini nell'app SemillitaNel prossimo post: come aiutare un bambino a dire di no a un adulto, quando quello che ha imparato da sempre è ubbidire.




