Stai insegnando a tuo figlio come si fa un impasto. «Prima la farina, piano piano, sennò…». Non hai ancora finito la frase e ha già le dita nel pacco, e in cucina c'è una nuvola bianca.
La reazione più naturale è ripetere la spiegazione un po' più forte: «Mi stai ascoltando?». Dietro c'è un dubbio ragionevole: fa fatica a prestare attenzione, o alla sua età si impara così? A 3, 4 o 5 anni, mettere le mani in pasta prima di ascoltare è molto comune. La capacità di frenare l'impulso sta ancora maturando e farlo, di per sé, non dice niente sulla sua attenzione.
Imparare facendo, ma con un adulto accanto
Quello che ne ricaviamo noi, mettendo insieme diversi studi: si impara di più quando il bambino partecipa e c'è un adulto che propone l'attività e commenta quello che fa, che quando è da solo o si limita ad ascoltare. Toccare è un modo di partecipare, non l'unico.
In un esperimento con 70 bambini di 4 e 5 anni, per circa 15 minuti, si è insegnato loro com'erano fatte quattro figure geometriche. Alcuni hanno imparato con il gioco guidato: erano loro a costruire le figure con dei bastoncini e a raccontare in cosa somigliavano a quelle dei cartoncini, con un adulto che proponeva loro l'attività. Ad altri le figure venivano solo spiegate, mentre loro guardavano e ascoltavano, e altri ancora giocavano liberamente con le figure. Quelli del gioco guidato riconoscevano meglio le figure, anche quelle meno comuni, e si vedeva ancora una settimana dopo (Fisher e collaboratori, 2013).
Una metanalisi di 164 studi, con persone di tutte le età e non solo bambini, ha riscontrato che lasciar scoprire senza alcun aiuto dava risultati peggiori che insegnare direttamente. La scoperta assistita (commenti su quello che fanno, un sostegno graduale, chiedere loro di spiegare quello che hanno visto) dava risultati migliori di altri metodi, insegnamento diretto compreso (Alfieri e collaboratori, 2011).
E c'è una sfumatura quando si insegna. In un esperimento con bambini in età prescolare, quando un adulto insegnava loro come funzionava un giocattolo, i bambini si concentravano quasi solo su quella funzione. Quelli che non avevano ricevuto quell'insegnamento hanno esplorato di più. Insegnare è stato efficace per ciò che veniva insegnato e, in cambio, in quell'esperimento, i bambini hanno esplorato meno per conto loro (Bonawitz e collaboratori, 2011).
Questo non vuol dire che ci siano bambini «che imparano con le mani» e bambini «che imparano ascoltando»: questi studi parlano dei bambini in generale, e una revisione del 2008 ha concluso che non ci sono prove sufficienti per adattare l'insegnamento allo «stile di apprendimento» di ciascuno (Pashler e collaboratori, 2008). Gli esperimenti sono piccoli e su compiti specifici (figure geometriche, un giocattolo con funzioni nascoste), e nessuno dice che ascoltare sia un male.
Cosa fare a casa

Alcune idee vengono dagli studi e altre sono pratica diffusa.
Proponi l'attività e mettiti al suo fianco. «Vediamo cosa succede alla farina quando ci versiamo l'acqua». Poi commenta quello che fa senza dirigerlo: «La stai schiacciando con le dita». Con i più piccoli aiuta proporre una scelta: «È appiccicosa o asciutta?».
Lascia che sperimenti prima di spiegare. Invece di ripetere la spiegazione, passagli il cucchiaio o la ciotola e guarda cosa fa. Se quello che conta è che l'impasto riesca, spiega; se vuoi che esplori, aspetta un po'. È una deduzione a partire dall'esperimento del giocattolo, non qualcosa che sia stato misurato in una cucina.
Fai domande prima di dare risposte. «Cosa senti?», «secondo te cosa succede se…?». Chiedergli di raccontare con parole sue quello che ha visto è uno degli aiuti indicati dalla metanalisi.
Intervieni quando si blocca. Se da un po' sta litigando con il coperchio, non aprirglielo: fagli vedere dove appoggiare la mano. Anche quel momento in cui non sa cosa fare gli serve, e ne parliamo in «La noia non è il nemico».
Prepara uno spazio dove sbagliare non sia un problema. Una ciotola con un po' di farina invece del pacco intero, un vassoio sotto e, se sale su uno sgabello, che sia stabile e con un adulto accanto. La farina di troppo o l'acqua rovesciata si sistemano con uno straccio.
Toccare sì, in bocca no. Mentre cucinate insieme, può toccare la farina e l'impasto. L'agenzia statunitense per gli alimenti (FDA) chiede di non assaggiare né mangiare la farina né l'impasto crudo (che per di più di solito contiene uova crude), che i bambini non giochino con l'impasto crudo e non lo usino come plastilina, e di lavarsi le mani dopo averlo toccato (FDA, su come maneggiare la farina in sicurezza).
Mantieni le regole che hanno un perché. Quello che scotta, taglia o va attaccato alla presa è cosa da adulti. Con i piccoli non basta spiegarlo: a proteggerli sono la distanza e la supervisione.
Continua a raccontare e a leggere. Fare non toglie valore a quello che si racconta e si legge. Nei suoi consigli per i bambini dai 4 ai 6 anni, l'Accademia Americana di Pediatria propone di raccontare loro storie e chiedere cosa ricordano, e di incoraggiare la scuola a far sì che l'imparare giocando si aggiunga ad attività più strutturate, come la lettura (AAP, sul potere del gioco).
Niente di tutto questo vale solo in cucina: serve anche per vestirsi, mettere in ordine o fare un puzzle, e non c'è bisogno di organizzarlo ogni giorno.
Quando guardare più da vicino
Mettere le mani in pasta prima di ascoltare non è una diagnosi. In generale, un professionista non guarda se preferisce toccare, ma se fa fatica a mantenere l'attenzione per mesi, sia a casa sia a scuola, e se questo lo limita nella vita di tutti i giorni. Se in più sembra non sentire bene o non capire quello che gli si dice, per prima cosa si controllano l'udito e il linguaggio. Lo si valuta in una visita, e il primo passo è il pediatra.
E se succede il contrario, e non vuole toccare, offrigli il cucchiaio e non forzarlo. Se evita in modo intenso e continuo di sporcarsi o di toccare certe consistenze, dietro potrebbe esserci una sensibilità sensoriale, ed è bene parlarne anche con il pediatra.
Una storia in cui la ricetta non basta
Nel racconto Il Robot Curioso, per bambini dai 4 ai 7 anni, Chip è un robot da laboratorio che conosce il nome di ogni cosa e ha letto tutti i manuali, ma fa poche domande. Un topolino affamato gli chiede di fare i biscotti insieme. Chip ha tutta la ricetta in memoria e non ha mai cucinato.
Il topolino infila la zampetta nel sacchetto di farina, soffia e si alza una nuvola bianca. Chip lascia la spiegazione a metà, allunga la mano e tocca anche lui la farina. Da lì comincia a farsi domande per conto suo: perché l'impasto si allunga, cosa succede al cioccolato quando si scioglie. Quando il topolino rovescia tutto il sacchetto in una volta e tutti e due finiscono imbiancati di farina, Chip parla di un «errore nel protocollo stabilito» e il topolino gli risponde che è stato un «errore divertente».
La storia non mette il toccare contro il seguire le regole: quando tirano fuori i biscotti dal forno, è proprio Chip a insistere per aspettare nove minuti che si raffreddino, perché lo dicono le istruzioni.
La guida che accompagna la storia nell'app propone una domanda per dopo la lettura: «Se potessi fare un esperimento di cucina come Chip, cosa ti piacerebbe preparare?».

Il Robot Curioso
Scoprendo il mondo attraverso occhi metallici
Chip è un giovane robot che vive in un laboratorio pieno di libri e attrezzi. Ha accesso a tutta la conoscenza del mondo e può ricordare migliaia di dati senza dimenticare nulla, ma non ha mai sentito vera curiosità di sperimentare con le proprie mani. Un giorno, Scintilla, un topo affamato e tremendamente curioso, gli chiede aiuto per fare biscotti al cioccolato. Sebbene Chip conosca la ricetta a memoria, non ha mai cucinato. Insieme scoprono che sapere la teoria non è la stessa cosa che vivere l'esperienza, e che le domande più interessanti sorgono quando si tocca, si mescola e si osserva il mondo con i propri sensi. Attraverso questo esperimento culinario, Chip impara che la curiosità non sta nell'avere risposte, ma nell'osare chiedersi «perché?» e «come?» mentre si fanno le cose.
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