

Quando ciò che sei cambia il mondo di un altro
Marina vive nel mare e quando canta, l'acqua attorno a lei diventa arancione. Un giorno, Marina decide di andare a vedere il paese di Matteo, un bambino che ogni pomeriggio arriva sulla sua barchetta. In quel paese non si canta. Ma quello che vi accade è qualcosa che Marina non si aspettava: qualcuno la ascolta e chiede come si chiama ciò che ha appena sentito.
Il cuore pedagogico di questa fiaba è la pagina in cui Marina dice: «Non è magia. Si chiama cantare.» La bambina del paese aveva già l'esperienza — faceva suoni quando era contenta — ma le mancava la parola. Quel momento in cui si dà un nome non crea qualcosa di nuovo: rivela ciò che era già lì. Per educatori e famiglie, la fiaba apre una conversazione preziosa sul vocabolario emotivo: quante cose sentono i bambini che non hanno ancora un nome nella loro bocca? Dare un nome a un'emozione o a una capacità non è solo linguistico — è il primo passo per poter scegliere cosa farne. La fiaba invita anche a riflettere, attraverso l'esempio di Matteo, sulle regole che manteniamo non perché siano necessarie, ma perché nessuno le ha ancora messe in discussione.
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